Presentazione nella chiesa dei Benedettini a Terme Vigliatore

Agosto 18, 2008 at 1:52 pm (Il roveto ardente, Presentazioni)

Lunedì 22 settembre, intorno alle 19:30, nella chiesa dei Benedettini a Terme Vigliatore sarà presentato Il roveto ardente.

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Seconda edizione del “Roveto ardente”

Luglio 26, 2008 at 9:49 am (Il roveto ardente) ()

 

Essendosi esaurita la prima edizione, è uscita a maggio 2008 la seconda edizione de Il roveto ardente, prefazione di Giovanni Raboni, collana “Il ghiaccio e la rosa”, Viennepierre edizioni, Milano. 
È possibile acquistarlo in qualsiasi libreria, oltre che ritirarlo direttamente dalla casa editrice o ordinarlo on-line sui più famosi portali per la vendita di libri (IBS, Hoepli.it, 365Bookmark, Libreria universitaria, Libreria Rizzoli, Dvd.it, Wuz, Webster, Bol, ecc.).

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Corale

Luglio 13, 2008 at 4:05 pm (Il roveto ardente, Poesie) ()

La danza del sole e del mare
e dei mandorli che già sono in fiore,
non per sé ciascuno, ma tutti insieme
come stormo di rondini
che rigano il cielo in questo tramonto
di quasi primavera.
Anche il vento accorda la voce
a te, per una lode.

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Recensione di Mariuccia Coretti

Luglio 11, 2008 at 4:50 pm (Il roveto ardente, Recensioni)

Su Il banco di lettura 35/2008 è uscita una recensione di Mariuccia Coretti:

Già il titolo della raccolta offre al lettore una chiave di lettura, l’annuncio cioè di leggere tra le righe accenti di alta spiritualità. Infatti si tratta di poesia religiosa tout court, più tesa e serrata nella prima parte, più umana e terrestre nella seconda dove il pronome che si riferisce al divino è, contrariamente alla prima parte, scritto con la lettera maiuscola. Ma forse Dio è visto come la sua creatura, a volte, soltanto a volte. Il Roveto ardente: è un inno alla luce, al calore che diventa amore assoluto; Dio si nasconde nel cespuglio per alimentare con la sua fiamma l’amore per tutte le creature. E così la poesia di Leotta è  tutta un’espansione d’amore anche quando il poeta si sente solo o non comprende tanto silenzio o soffre di assoluta assenza. Ma non si tratta qui di incertezze: Dio è, non ci sono dubbi, ma in questo suo esistere si moltiplicano tanti perché, tanti motivi di mutue interrogazioni. Perché Dio a volte sembra nascondersi, non capire la voce del poeta che usa parole umane mentre dovrebbe sempre innalzarsi con la voce del cuore, mentre dovrebbe usare solo un altro linguaggio. Allora gli viene in soccorso la Croce: il sangue di Cristo lava ogni interrogativo e allora la creatura non si sente più abbandonata e il suo senso di colpa ha mille significazioni, ma soprattutto vuol dire che Dio esiste ed è pronto ad aiutare chi ha creato ma solo se ne ha bisogno. Da qui il libero arbitrio e la certezza di poter agire a proprio modo salvo poi ad essere aiutato quando l’invocazione arriva in alto.
La felicità del poeta allora non ha limiti e l’attesa significa soltanto desiderio di pace eterna, di giubilo nell’oltranza dell’amore.
La seconda parte ha i connotati della prima, soltanto gli accenti, come si diceva, sono più umani, il linguaggio è più vicino al lettore e la presenza di Dio è meno incombente, ma l’amore è lo stesso come desiderio di pace e di silenzio, di eternità anche se l’uomo non può comprenderla perché vive nel tempo.
Il poeta scrive senza porsi problemi di metrica o di parole di afflato lirico ma i versi invece fluiscono con la suggestione dell’incanto divino e sono sempre aderenti al dettato poetico. A volte gli elementi naturali compongono delle immagini veramente felici e tradiscono quindi l’intensità lirica del poeta. Allora le sue parole assomigliano al ‘credo’ di San Francesco che assieme all’uomo lodava Dio per tutte le sue creature e le cose del mondo: “La danza del sole e del mare / e dei mandorli che già sono in fiore, / non per sé ciascuno, ma tutti insieme / come stormo di rondini / che rigano il cielo in questo tramonto / di quasi primavera. / Anche il vento accorda la voce / a te, per una lode” (Corale).

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Recensione di Domenico Cara

Luglio 10, 2008 at 6:21 pm (Recensioni) ()

Su Sìlarus di maggio-agosto 2008 (nn. 257-258, anno XLVIII) è uscita una recensione di Domenico Cara dal titolo Vincenzo Leotta: Quell’aria accesa da una scienza eterna.

L’annotazione aforistica di Emil Cioran: “Senza Dio tutto è notte, e con Lui la luce stessa è inutile”, sembra guidi l’ispirazione (religiosa) di Vincenzo Leotta, le modulazioni ritmiche, quelle falde dell’aria che spingono un loro incisivo spettacolo, insieme all’assidua brevità della fascinazione, il frantumarsi della ricerca (mai innica, né descritta per la solitudine che fa compagnia agli stiliti in fatua misura contemplativa). L’Autore di questo libro: Il roveto ardente (Viennepierre edizioni, Milano 2007) continua il proprio viaggio testuale nel clima di un’intensa esperienza riferibile alla devozione che professa, al momento e movimento di una passione assoluta, solitaria, per più immersioni nel proprio Credo, per essenze predilette e spontanee, commosse e più che umane. In più annodi e lembi spiritualistici, e direi prorompenti, egli svolge un’accesa vicenda emozionale (e salvifica) dentro la stessa nostalgia del divino, ormai tanto rarefatta o tutt’altro che “cristocentrica” o a generica inquietudine teologica. E, attraverso fervorose istanze che rigenerano il suo discorso in versi, l’interlocuzione metafisica rinnova il movente categorico (e consolatorio?) della poesia che si legge icastica e lieve, decisa, in lingua concentrata e tutt’altro che solipsistica, deviante o babelica.
Nel medesimo spazio di tensioni e preghiere, interagiscono sia una duttile fede (in un tessuto attento ai giochi umili e sapienziali), sia la relazione con tripudio della speranza tra gli eventi del pericolo, che oggi (più che mai?) si manifestano contro Dio e l’uomo, in immagini persistenti e più ansiose che indolori. Certe evidenze del servizio privato diventano quindi pretesto e favola di una scrittura mite e solerte, scoperte dell’amarezza di trapassi e sopravvivenza, descriptio coscienziale di una scienza eterna (quanto mai profanata dalle vicende dell’attualità) di cui Vincenzo Leotta racconta gl’incontri perfettamente trasparenti, le sollecitazioni d’amore, le palpabilità oltremisura e in fascinosa sillabazione. Questo, senza abili o ridondanti scene di estasi irregolari, e tanto meno speculari, alla scoperta del mistero che in ogni caso presiede le sue convinzioni di uomo e di poeta, così distaccato dal manganelliano “rumore sottile della prosa” e da umanizzazioni massicce, dovute a potenziali clamori fittizi, ad artifici ascetici sfrenati.
Ecco alcuni esempi assemblati per evidenziare elementi di senso e di angoscia individuale: Sempre di Te si parla in negativo, / si dice chi non sei o che sei Nessuno, / un sogno delirante della mente / – non l’Uno, impalpabile presenza, / origine di tutto. / Un sogno è un sogno, / dura un guizzo o lo spazio di una notte, / oltre no, non sopravvive (”In negativo”, p. 40); Indegno indocile ingrato / timido instabile diviso / alla solitudine incline… / Di me tutto puoi dire / tranne che non Ti ho cercato (”Dichiarazione”, p. 41); Se tutto è in Te contenuto / e fuori è il nulla, / dove sono le Tue radici? / Sei una nuvola che vaga nel cielo / l’eco del vento tra le dune / un petalo di rosa nell’aria / un fiocco di neve sospeso. / In quanti modi eludi / chi Ti vuole ridurre in una forma (”Quinta ipotesi”, p. 45).
E i rilievi percettivi e polemici continuano una recita esemplare, tersa, nomade, e percettibilmente Leotta spinge la propria voce fino a introdurre nei diversi incipit delle poesie-poema una suadente partecipazione che non giustifica affatto il miscredente, né disegna effusioni per il Vuoto. Personalmente, nel tomo elegante e denso di sorprese, credo di aver colto attinenze con le poetiche di Federico De Maria e di Andrea Tosto De Caro, di Pietro Mignosi, ormai fatte larvali o sconosciute, anche loro sconosciuti e scarsamente comunicativi o presenti tra antologisti e studiosi del religioso, oltre la Sicilia di poco significato e destino.
Indubbiamente palpitano, tra le pagine del libro, le interpretazioni del sacro, la luce di molte emozioni metafisiche, il tempo invisibile dell’Eterno, i segni e i punti di vista della Creazione, l’insieme di parole del rimorso e del perdono, le spoglie istanze dell’anima ferita, la paura del peccato, gli stati del vago amore di quell’ “ut unum sint” che aiuta a riconoscerci nello stesso “roveto ardente” in cui le passioni bruciano il senso del divino, che ormai si assesta dentro di ognuno come uno sforzo difficile e abbandonato. Sulla analoga identità si sono posti gli stessi poeti “storici” del Novecento scorso: Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, Carlo Betocchi, Davide Maria Turoldo, Giovanni Testori, lo stesso compaesano Bartolo Cattafi (gli ultimi in varia misura e profitto ascetico). Nella prefazione (postuma) Giovanni Raboni decifra “un senso nuovo alle parole di sempre” e, questo indizio critico, diviene sincera eloquenza nel percorso (e nello spazio ininterrotto) del volume, privo di isolate o stanche parvenze, luogo comunque di sostanziali cause della sua “confessio oris” privata, che però concede ai molteplici itinerari della poesia e dell’idillio e melodie dell’estasi, un propizio atto di fede, “in un amplesso senza parole” dove il silenzio corrisponde a una dottrina non tetra o astrusa, ma colta in una sublimità lieve, non debole o finta, aggiornata, resa con candore e attiva soluzione meditativa.
Il dubbio delle parole, la loro lingua casta, conferiscono alla diffusione delicata ed estrema del non-canto, non-ode, non progetto liricistico, un’unità un po’ sfumatura suasiva, un po’ anti-retrò, un po’ sogno della testimonianza a cui Vincenzo Leotta si affida, si fida, per esigenza naturale e per cospicuo dono dell’essere. E come potrebbe sfuggire alla speranza, la purezza stilistica che il poeta offre a se stesso, a noi, al volto (santo) che “non sa immaginare”, e in cui crede per le ragioni del primo principio dell’io, e indubbiamente “riluttante” al Nulla che si attraversa e ci sfida o idea “una finta schermaglia” per diffidare? L’Autore continua a conclamare le proprie tesi tragiche su totale disquisizione, invita il lettore stupito ad allinearsi alle sue ipotesi, alle invenzioni personali, “converso con uno che sento mio” (Dio non c’entra, almeno con le dubitanti strategie che egli produce e promuove nei confronti dei suoi assilli – che sono generali –, dell’esperienza che potrebbe essere inadottabile o delusa, e comunque si tratta di una disquisizione poetica che il verso attraversa e disdice, sferzato, se mai, dalla convinzione di ciò che al poeta vive dentro).
Un libro di poesia doloroso, utopico, fluente, necessario (per la stessa variabilità di intese e di contrasti verbali, miti), ma indisgregabile per la razionalità immaginativa che promuove senza annebbiarsi (né secondo perturbazioni ermetiche, né per sperimentazioni disattivate per crucifiggere il verso che insiste di diventare poesia delle proprie passioni incorruttibili). Tra l’altro, senza promettere a languori alcuna morfologia penitenziale o lamentazioni fine a se stesse. Dentro l’occhio delle pagine il vissuto riaccende una molteplice realtà per respirare ciò che nel tempo l’uomo ha dimenticato, per riaffidarsi all’umano e di là amare l’essenza dell’effimero che spesso sorride (anche in vista del suo morire e – intanto – intrecciandosi alle abituali novità). E comunque l’equilibrio di ogni rivelazione, l’immagine del mai visto, trasmettono una convergenza alquanto imprevista (sebbene l’Autore non sia nuovo a codeste esposizioni editoriali) e depone effetti tutt’altro che sommari e struggenti, mai logori ovviamente, ma, grazie a tali mozioni invulnerabili, non mediovalistiche e – a loro modo – a funzione ruggente per i nuovi lettori del mondo, nominabili come infinito di pronunce a caldi e azzurri ascolti, e su dosata ambizione d’amore.

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