Recensione di Saverio Vasta
È uscita oggi su Barcellonapg.it la recensione al Roveto ardente di Saverio Vasta.
Eccone un breve estratto. Per continuare a leggerla, cliccate qui.
“Si colloca nel solco della poesia religiosa Il roveto ardente, l’ultimo libro di Vincenzo Leotta (pubblicato per la Viennpierre Edizioni di Milano) che giunge a distanza di quattordici anni da Pittogrammi. Comprende – come informa la Notizia – le poesie scritte dai primi di dicembre del 1998 alla fine di marzo 2003, precedute dalla prefazione di Giovanni Raboni, uno degli ultimi scritti del poeta e critico letterario milanese morto nel 2004.
Il libro si compone di due sezioni intimamente connesse, intitolate Dell’attesa… e …Del riposo, in cui il poeta si rivolge all’Assoluto senza sovrastrutture e preconcetti, formula umane «ipotesi», anela e attende, si affligge e si acquieta. La ricerca è ora fonte di accorati e sofferti interrogativi ora conquista spirituale, ora impellenza di forma, anelito d’assoluto, ora vivificante presenza, luce e consolazione. Nel porsi domande su Dio, Leotta riflette sull’uomo, sul senso stesso dell’esistenza e sulla tensione infinita e incolmabile verso l’eterno, e lo fa con «un registro linguistico, stilistico e metrico in apparenza semplice ma non ingenuo, che accorda le voci e le cadenze del parlato quotidiano a un’intonazione biblico-sapienziale» (Raboni)…”
Saverio Vasta
Dello stesso Vasta, in data 09/11/2007, è uscita un’altra recensione su Centonove.
Recensione di Sergio Di Giacomo
Il 4 novembre 2007 è apparsa sulla Gazzetta del sud la recensione di Sergio Di Giacomo, dal titolo Ardente spiritualità nei versi di Leotta. Eccone un estratto.
“La poesia di Vincenzo Leotta è sempre capace di guardare oltre, di fare della parola uno strumento essenziale che libera lo spirito e lo sguardo verso il divino. Nella tradizione italiana di poesia religiosa e spirituale quel canto, “verticale” come lo chiama la Spaziani, ha avuto testimoni e voci eccelse quali Rebora, Betocchi, Turoldo, Testori, Campo, Guidacci. Ne è appunto un esempio anche l’ultima raccolta del poeta siciliano, “Il roveto ardente”, pubblicato dalla Viennepierre edizioni di Milano, che è introdotta da una prefazione del rimpianto Giovanni Raboni.
Originario di Barcellona Pozzo di Gotto, italianista apprezzato, biografo appassionato dell’amico Cattafi (del quale ha curato con Raboni l’antologia mondadoriana delle collane “Lo Specchio” e “Oscar”), autore di tre apprezzate sillogi, Leotta coltiva da tempo la poesia come forma espressiva intima e profonda, capace, come osserva acutamente Raboni, di offrire «un senso nuovo alle parole di sempre» in un «singolare, umanissimo modo di porsi di fronte all’Assoluto». “Il roveto ardente” è un canzoniere che raccoglie poesie che dal dicembre 1998 si dilatano fino al marzo 2003, offrendo momenti ricchi di invocazione spontanea e radiosa, sofferta e vivida, bruciante, appunto, come evoca il titolo stesso del libro. Una poesia di ricerca e di attese, di slanci e di tuffi letterari, di sguardi verso il “fuoco” della Parola, verso il tempo che confluisce nell’eterno, dentro interrogativi e attese, nostalgie e accorati dialoghi: «Tu che colmi il cielo e la terra / e il molto che avanza riversi altrove anche nel mio cuore che geme / perché non può godere di Te»…”
Sergio Di Giacomo
Dalla prefazione di Giovanni Raboni
Nel panorama della poesia religiosa italiana degli ultimi cinquant’anni – un panorama, lo sappiamo, tutt’altro che affollato e tuttavia interamente, quasi insostenibilmente gremito di poche presenze impareggiabili, dal Rebora dei Canti dell’infermità a Betocchi, a Turoldo, a Testori, all’ultimo Cattafi – questo libro di Vincenzo Leotta viene a occupare con assoluta, tranquilla naturalezza un posto di sicuro rilievo e, cosa ancora più importante, un posto tutto suo, uno spazio perfettamente inconfondibile […].
Un senso nuovo alle parole di sempre… Ebbene, bastano poche pagine, forse addirittura pochi versi di questo teso, incalzante, verrebbe quasi voglia di dire forsennato canzoniere (un canzoniere naturalmente, anzi fatalmente, per citare Saba, “in due scisso”, scandito in due metà drammaticamente combacianti e speculari così come sono, credo, tutti i veri canzonieri: non c’è canzoniere che non abbia origine da una storia e non c’è storia che non comprenda due tempi, due versanti, un “prima” e un “durante” oppure un “durante” e un “dopo”, un “ora” e un “non più”…) per intuire quale sia, quale non possa non essere questo senso nuovo, questo senso in più.
Ma come dirlo, come evocarlo al di fuori del testo? Come alludervi in modo riconoscibile senza snaturarlo e, soprattutto, senza diminuirlo, senza ridurlo a un’immagine virtuale priva di qualsiasi spessore, di qualsiasi incandescenza? Correrò nonostante tutto questo rischio suggerendo che a sorprendere, a colpire, ad apparire davvero in qualche modo inaudita è, in queste poesie, la violenza anche concreta, anche materiale, anche corporea dell’amore da cui nascono e di cui testimoniano – un amore nel quale non c’è niente di metafisico e persino, oserei dire, niente di “sublime”, un amore che conosce e ingloba e assorbe via via tutti gli incanti e le meraviglie ma anche tutti i vuoti, le delusioni, le umiliazioni, le cadute dei nostri poveri, imperfetti amori terreni («Per fingere di poterTi parlare / Ti devo pensare sferzato a sangue / o sulla croce, morto. / E così non parlo a Dio, / converso con uno che sento mio, / che come me accasciato / espia il suo peccato», Finzione). È insomma, la storia di cui il canzoniere di Leotta ci fa vivere gioie e tormenti, ascese e precipizi, i momenti dell’ “attesa” e quelli del “riposo”, una vera storia d’amore – una storia che tutti possono capire, che tutti in cuor loro possono almeno in parte condividere, ripercorrendone emotivamente questo o quel momento, questa o quella vicenda sul filo di qualche loro personale ricordo, per la semplice ragione che nel suo alternarsi di accensioni e black-out, nel suo succedersi e intrecciarsi d’un prima e d’un dopo, d’un mentre e d’un allora, essa “assomiglia” a ogni altra storia d’amore. Solo (solo!) che qui l’oggetto è nel senso più alto, anzi nel senso estremo di questo aggettivo-sostantivo, un altro; o piuttosto (e appena meglio, appena meno rozzamente) dovremmo dire che l’oggetto, qui, è davvero e compiutamente se stesso, è davvero, per un attimo o per sempre, l’Oggetto […].
Il dono
Dopo tante notti
insonni, dopo giorni mesi ed anni
a sondare ogni falda
sopra e sotto la terra
cernendo pietra da pietra
e spalando montagne di sabbia,
da una vena risorta
raccolgo la prima pepita d’oro
e a Te la porto in dono.
Potessi vedere il Tuo volto…
Il roveto ardente

È appena uscito l’ultimo libro di poesie di Vincenzo Leotta: Il roveto ardente, prefazione di Giovanni Raboni, collana “Il ghiaccio e la rosa”, Viennepierre edizioni, Milano 2007.
È possibile acquistarlo anche on-line sui più famosi portali per la vendita di libri, oltre che sul sito della casa editrice.