Dalla prefazione di Giovanni Raboni
Nel panorama della poesia religiosa italiana degli ultimi cinquant’anni – un panorama, lo sappiamo, tutt’altro che affollato e tuttavia interamente, quasi insostenibilmente gremito di poche presenze impareggiabili, dal Rebora dei Canti dell’infermità a Betocchi, a Turoldo, a Testori, all’ultimo Cattafi – questo libro di Vincenzo Leotta viene a occupare con assoluta, tranquilla naturalezza un posto di sicuro rilievo e, cosa ancora più importante, un posto tutto suo, uno spazio perfettamente inconfondibile […].
Un senso nuovo alle parole di sempre… Ebbene, bastano poche pagine, forse addirittura pochi versi di questo teso, incalzante, verrebbe quasi voglia di dire forsennato canzoniere (un canzoniere naturalmente, anzi fatalmente, per citare Saba, “in due scisso”, scandito in due metà drammaticamente combacianti e speculari così come sono, credo, tutti i veri canzonieri: non c’è canzoniere che non abbia origine da una storia e non c’è storia che non comprenda due tempi, due versanti, un “prima” e un “durante” oppure un “durante” e un “dopo”, un “ora” e un “non più”…) per intuire quale sia, quale non possa non essere questo senso nuovo, questo senso in più.
Ma come dirlo, come evocarlo al di fuori del testo? Come alludervi in modo riconoscibile senza snaturarlo e, soprattutto, senza diminuirlo, senza ridurlo a un’immagine virtuale priva di qualsiasi spessore, di qualsiasi incandescenza? Correrò nonostante tutto questo rischio suggerendo che a sorprendere, a colpire, ad apparire davvero in qualche modo inaudita è, in queste poesie, la violenza anche concreta, anche materiale, anche corporea dell’amore da cui nascono e di cui testimoniano – un amore nel quale non c’è niente di metafisico e persino, oserei dire, niente di “sublime”, un amore che conosce e ingloba e assorbe via via tutti gli incanti e le meraviglie ma anche tutti i vuoti, le delusioni, le umiliazioni, le cadute dei nostri poveri, imperfetti amori terreni («Per fingere di poterTi parlare / Ti devo pensare sferzato a sangue / o sulla croce, morto. / E così non parlo a Dio, / converso con uno che sento mio, / che come me accasciato / espia il suo peccato», Finzione). È insomma, la storia di cui il canzoniere di Leotta ci fa vivere gioie e tormenti, ascese e precipizi, i momenti dell’ “attesa” e quelli del “riposo”, una vera storia d’amore – una storia che tutti possono capire, che tutti in cuor loro possono almeno in parte condividere, ripercorrendone emotivamente questo o quel momento, questa o quella vicenda sul filo di qualche loro personale ricordo, per la semplice ragione che nel suo alternarsi di accensioni e black-out, nel suo succedersi e intrecciarsi d’un prima e d’un dopo, d’un mentre e d’un allora, essa “assomiglia” a ogni altra storia d’amore. Solo (solo!) che qui l’oggetto è nel senso più alto, anzi nel senso estremo di questo aggettivo-sostantivo, un altro; o piuttosto (e appena meglio, appena meno rozzamente) dovremmo dire che l’oggetto, qui, è davvero e compiutamente se stesso, è davvero, per un attimo o per sempre, l’Oggetto […].
15 marzo 2008: presentazione de ‘Il roveto ardente’ a Barcellona P.G. « Vincenzo Leotta Weblog ha detto,
Marzo 7, 2008 a 6:47 pm
[...] prefazione di Raboni: “Nel panorama della poesia religiosa italiana degli ultimi cinquant’anni – un panorama, [...]
Seconda edizione del “Roveto ardente” « Vincenzo Leotta Weblog ha detto,
Agosto 11, 2008 a 1:24 pm
[...] esaurita la prima edizione, è uscita a maggio 2008 la seconda edizione de Il roveto ardente, prefazione di Giovanni Raboni, collana “Il ghiaccio e la rosa”, Viennepierre edizioni, Milano. È possibile [...]