Recensione di Domenico Franciò
Su Lunarionuovo, numero di gennaio 2008 (Nuova Serie n. 25), è apparsa una recensione di Domenico Franciò, dal titolo Vincenzo Leotta nel roveto ardente.
Segue un breve estratto.
“Ad inquadrare Il roveto ardente nel panorama della poesia religiosa italiana, moderna e contemporanea, ci ha pensato, da par suo, in prefazione Giovanni Raboni: che, dopo aver accennato rapidamente ad alcuni ‘debiti’ di Leotta nei riguardi di alcuni nomi illustri – peraltro assimilati e interiorizzati al punto da rendere pressocché impossibile, oltre che “di scarso profitto”, una ricerca volta a rintracciarne echi e suggestioni – ne rivendica con forza l’originalità, ossia il grado di riconoscibilità, nonché la forza d’urto. [...]
“Il roveto ardente” (il titolo è più che allusivo) è il frutto di un atto di coraggio, la decisione di mettere a nudo il proprio cuore parlando del più intimo e pudico degli amori, quello verso il Signore. Poesia religiosa, dunque; e poesia religiosa tutta, da cima a fondo, non per qualche sprazzo né per qualche sparso, episodico fiore: un insieme di agili, veloci, incalzanti poesie che hanno nel numero breve dei versi un loro primo segno di distinzione.
Questo corpus, che presenta una forte divisione in due parti, l’una “dell’attesa”, l’altra “del riposo”, si presenta come incastonato tra due testi: uno fa da preambolo, l’altro da conclusione. Il preambolo si apre con una parola, Utopia (Non luogo), che viene ripresa nel testo conclusivo come parola ultima ed estrema. Il preambolo, messo ‘fuori d’opera’ dal corsivo, contiene un monito a due facce. L’una negativa: Dio non può essere costretto dentro confini e denominazioni creaturali; l’altra positiva: meglio sarebbe abbandonarsi allo spirito con lo stesso affidamento di cui dà prova la conchiglia verso il mare. Come si può notare, non mancano gli elementi per pensare ad una sorta di classica recusatio (rifiuto): quasi che il poeta sentisse tutto il peso del parlare con Dio, e di Dio, e volesse sottrarsi a tale impresa.
Il testo conclusivo, che il corsivo e la notazione Post scriptum indicano altresì come hors d’oeuvre, suggella la resa contrita del poeta, la sua toccante richiesta di perdono: per avere osato dare parola a chi è ineffabile Silenzio, dato “forma umana” a chi è l’Informe, situato in un luogo chi è il Non luogo, l’Utopia…”
Domenico Franciò
Dello stesso Franciò sono uscite altre due recensioni: una, in data 23/12/2007 su La scintilla e un’altra su Messenion d’oro, ottobre-dicembre 2007.
Per amarne di più
Io posso amarne due,
forse anche tre insieme
e già così
com’è duro dividere il cuore.
Per amarne di più
come fosse ciascuno il solo
ci vuole un amore gratuito
e la Tua fantasia.
Recensione di Alfonso Lentini
È apparsa oggi su Tellusfolio.it la recensione al Roveto ardente di Alfonso Lentini.
Segue un breve estratto. Per continuare a leggerla, cliccate qui.
“Se, come è risaputo, il ritmo della poesia si sovrappone alla risacca del respiro, allora quello che asseconda i versi (peraltro metricamente misuratissimi) della più recente raccolta di Vincenzo Leotta è un respiro caldo e acceso, che richiama l’ansimare di chi si trova a vivere una straordinaria vicenda d’amore, di quelle più intense, traboccanti passione e tormento. E il libro, secondo la tradizione della poesia amorosa, si struttura infatti nella forma del canzoniere, un canzoniere concitato e ardente, scandito poesia per poesia da reiterate dichiarazioni di amore assoluto. L’oggetto di questo amore è però esso stesso assoluto, non è di questa terra: è l’alterità cangiante di Dio, “inseguito inseguitore”. Come da ogni passione amorosa, anche da questa si dipana un conflitto, una “lotta all’ultimo sangue”. Così amore divino e amore umano si colorano di un’unica valenza allegorica, diventano nei versi di Leotta facce di una stessa medaglia, di un’unica tensione problematica…”
Alfonso Lentini
Recensione di Sebastiano Saglimbeni
Su Edison Square (Librerie Giubbe Rosse Magazine) di gennaio è uscita una recensione di Sebastiano Saglimbeni. Eccola:
“Ce l’attendevamo, da tempo, un nuovo titolo a firma di Vincenzo Leotta, il poeta e rigoroso studioso di letteratura italiana. Di recente la piccola e fine Viennepierre/Edizioni in Milano ha divulgato una sua silloge poetica dal titolo Il roveto ardente. In questa, prefazionata dal saggista e poeta lombardo Giovanni Raboni, prima che passasse di là, molti testi, ma brevi, a mo’ di frammento, alcuni, come ottenuti in seguito a tagli sofferti. E da questi molti testi, ci deriva un uomo, che alla luce della sua consistente cultura letteraria, si affida a profonde meditazioni dalle quali ricava la convinzione che questo esistere altro non è che debole, ma pure meraviglioso e luminoso se “bagnato” nella fede cristiana.
Vincenzo Leotta, nativo di Barcellona Pozzo di Gotto, vivente a Terme Vigliatore, ha sempre valutato la fede cristiana, quella autentica, come il principio e il fine massimo di una luce, che guida e conduce lungo il percorso vitale il mortale, seppure lo abbatta e lo riedifichi, nella concezione manzoniana. Pertanto, e per certo, questa sua nuova scrittura si qualifica come una proposta di poesia religiosa e non pare che poi serva trovare ascendenti se si conoscono la scrupolosità e il rifiuto di contaminazioni che Leotta si impone. Egli si è sempre rivelato poeticamente puro, a parte qualche inevitabile influsso della scrittura evangelica e di quella intesa dai grandi poeti del passato. Nel testo che completa la silloge e che l’autore pone come conclusione, in corsivo, nel post scriptum, si può riassumere la poetica di questa nuova scrittura. Che è in quell’occhio rivolto al prodigio primaverile con i “mandorli in fiore” e nella riverenza, di tipo sofferta, dell’uomo-poeta nei confronti del Signore, non dalle forme umane, visto ch’è solo l’ ‘Informe’.
La silloge si articola in due sezioni, rispettivamente dal titolo “Dell’attesa” e “…E del riposo”. Nella “Notizia” si conosce che i testi sono stati composti “dai primi di dicembre 1998 alla fine di marzo 2003″. Poesie di un lustro. Che oggi, nel panorama della lirica religiosa dovrebbero occupare, a buon diritto, un’adeguata collocazione, perché in queste si legge la poesia della fede e la fede della poesia. Nuove poesie, pertanto, che si distanziano parecchio da Le parole da noi tradite (1978), dall’ Utopia e il silenzio (1985) e da Pittogrammi (1993). Ma l’attributo “nuove” va colto nell’accezione di “straordinarie”, di “elevate” e di “raffinate”. Indubbiamente – ci pare di osservare – la concezione di questi testi scaturisce da uno stato fisiologico particolare dell’uomo, che si studia fragile e, giorno dopo giorno, fiorito di anni che abbassano ed assieme a lui egli studia quest’èra sempre più confusa e disumana. E così sorge sempre più sofferente il credo rivolto a “Colui che tutto muove”. E si spiega tutto nel seguente testo: “Mi raccolgo in preghiera, mi dispongo / a sedere domani alla tua mensa. / Otto ore appena alla festa, / fossero anche mille sarebbe poco / il tempo per guastare / la gioia palpitante dell’attesa”.
Sebastiano Saglimbeni
Scheda su ‘Presbyteri’
Su Presbyteri (rivista di spiritualità pastorale), nel numero di gennaio 2008, è uscita la seguente scheda:
“Singolare e preziosa scelta di poesie autobiografiche, in cui l’A. racconta il travaglio della sua fede duramente messa alla prova. Testimonianza avvincente di una sofferenza interiore che trova refrigerio solo nella scoperta dell’amore, che sempre arde e mai si consuma”.