Recensione di Domenico Franciò

Gennaio 30, 2008 at 4:54 pm (Il roveto ardente, Recensioni)

Su Lunarionuovo, numero di gennaio 2008 (Nuova Serie n. 25), è apparsa una recensione di Domenico Franciò, dal titolo Vincenzo Leotta nel roveto ardente.
Segue un breve estratto.

“Ad inquadrare Il roveto ardente nel panorama della poesia religiosa italiana, moderna e contemporanea, ci ha pensato, da par suo, in prefazione Giovanni Raboni: che, dopo aver accennato rapidamente ad alcuni ‘debiti’ di Leotta nei riguardi di alcuni nomi illustri - peraltro assimilati e interiorizzati al punto da rendere pressocché impossibile, oltre che “di scarso profitto”, una ricerca volta a rintracciarne echi e suggestioni - ne rivendica con forza l’originalità, ossia il grado di riconoscibilità, nonché la forza d’urto. [...]
“Il roveto ardente” (il titolo è più che allusivo) è il frutto di un atto di coraggio, la decisione di mettere a nudo il proprio cuore parlando del più intimo e pudico degli amori, quello verso il Signore. Poesia religiosa, dunque; e poesia religiosa tutta, da cima a fondo, non per qualche sprazzo né per qualche sparso, episodico fiore: un insieme di agili, veloci, incalzanti poesie che hanno nel numero breve dei versi un loro primo segno di distinzione.
Questo corpus, che presenta una forte divisione in due parti, l’una “dell’attesa”, l’altra “del riposo”, si presenta come incastonato tra due testi: uno fa da preambolo, l’altro da conclusione. Il preambolo si apre con una parola, Utopia (Non luogo), che viene ripresa nel testo conclusivo come parola ultima ed estrema. Il preambolo, messo ‘fuori d’opera’ dal corsivo, contiene un monito a due facce. L’una negativa: Dio non può essere costretto dentro confini e denominazioni creaturali; l’altra positiva: meglio sarebbe abbandonarsi allo spirito con lo stesso affidamento di cui dà prova la conchiglia verso il mare. Come si può notare, non mancano gli elementi per pensare ad una sorta di classica recusatio (rifiuto): quasi che il poeta sentisse tutto il peso del parlare con Dio, e di Dio, e volesse sottrarsi a tale impresa.
Il testo conclusivo, che il corsivo e la notazione Post scriptum indicano altresì come hors d’oeuvre, suggella la resa contrita del poeta, la sua toccante richiesta di perdono: per avere osato dare parola a chi è ineffabile Silenzio, dato “forma umana” a chi è l’Informe, situato in un luogo chi è il Non luogo, l’Utopia…”
Domenico Franciò

Dello stesso Franciò sono uscite altre due recensioni: una, in data 23/12/2007 su La scintilla e un’altra su Messenion d’oro, ottobre-dicembre 2007.

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