Barcellona: presentato “Roveto ardente”, poesie di Leotta
Marzo 28, 2008 at 10:19 am (Il roveto ardente, Presentazioni) (Il roveto ardente, Poesie, presentazione, Vincenzo Leotta, Barcellona)

È uscito il 28 marzo, sul Giornale di Sicilia, un articolo relativo alla presentazione de Il roveto ardente a Barcellona:
La sezione barcellonese della Fidapa, in collaborazione con gli ex allievi Salesiani, ha presentato il libro “Roveto ardente”, ultima fatica del poeta barcellonese Vincenzo Leotta. Al teatro Currò gremito di curiosi e simpatizzanti, sono intervenuti la docente Pina Freni, che si è soffermata sul sostrato teologico del libro, Domenico Franciò, che ha offerto una lettura circostanziata, esauriente e suggestiva della raccolta poetica di Leotta, e Giuseppe Fontanelli, docente dell’Università di Messina. L’autore ha infine concluso la serata, centrando il suo discorso sulla figura di Cristo crocifisso, definito la parola e il silenzio del Padre, rivelazione e insieme nascondimento di Dio.
(Nella foto, da sinistra a destra: Domenico Franciò, Masina Genovese, Pina Freni, Vincenzo Leotta, Felice Spinella)
Fugazzotto ha detto,
Ottobre 9, 2008 a 2:55 pm
Un viaggio alla ricerca di Dio
Nel nostro tempo, la conquista del successo, la brama del prestigio, la ricerca della ricchezza, assorbe totalmente la nostra vita sino ad escludere Dio dal proprio orizzonte. Questa strada conduce veramente alla felicità ?
Ho letto e meditato con la dovuta attenzione l’ultimo impegno letterario di Vincenzo Leotta dal titolo “Il roveto ardente” pubblicato dalla casa editrice Viennepierre di Milano.
Il libro si compone di una raccolta di poesie divisa in due parti intimamente collegate, intitolate dell’attesa e del riposo in cui il poeta si rivolge all’Assoluto con tormentati interrogativi, sul senso stesso dell’esistenza con un repertorio stilistico e metrico in apparenza ordinario ma non generico che conferisce spessore culturale all’opera.
Sicuramente tale opera per la profonda spiritualità che svela nei versi che sono prorompenti, è la più sofferta, per il suo percorso esistenziale, ma è destinata a lasciare una traccia duratura nell’ambiente letterario italiano.
Nel passato Vincenzo Leotta aveva pubblicato tre raccolte di poesie: “Le parole da noi tradite” (1978); “L’utopia e il silenzio” (1985) e “Pittogrammi” (1993).
L’autore, già docente di materie letterarie, latino e greco nei Licei classici, negli anni ha alternato la poesia con recensioni e saggi su poeti e scrittori del Novecento.
Vincenzo Leotta è nato a Barcellona Pozzo di Gotto e già da parecchi anni risiede in Terme Vigliatore, ha sempre valutato la fede cristiana, quell’autentica, come il principio e il fine massimo di una luce.
Un’esplorazione di un uomo nel proprio “intimo”, per giungere attraverso una sofferta purificazione alla conquista gioiosa del vero bene supremo, per trovare consolazione e conforto.
Ci offre dei momenti ricchi d’invocazione, sofferta e vivida, bruciante, come richiama alla mente il titolo stesso del libro con un’interiorità che affiora in superficie nei suoi versi con uno stile nudo ma essenziale.
Io nel tempo/ a nascere a morire, Tu inarrestabile, eterno”); mendicare un dialogo attraverso una continua, sofferta ricerca (”Di me tutto puoi dire/ tranne che non ti ho cercato”).
Una poesia meditativa che si nutre di mistero tra amore e visioni, e si rivela come un lento e silenzioso cammino interiore, fatto di ricerca e d’attese, di slanci, di sguardi, di colloquio intimo verso il “fuoco, fatta di nostalgie e accorati dialoghi.
Una raccolta poetica di carattere religioso, straziante, molto intimistica, dove l’autore, notoriamente sfuggente e riservato, ha voluto mettere a nudo il suo animo d’appassionato credente.
La nostra contemporaneità, ammettiamolo, è un’epoca di grandi orgogli, è un tempo di numerose presunzioni, è di grandi sfide anche nei confronti di Dio.
Un mondo che sembra aver dimenticato e perso i valori fondamentali come l’amicizia, l’amore, la famiglia, la solidarietà, anzi riducendo a volte questi valori a meri interessi personali che sfociano in odio ed egoismo.
L’esperienza insegna che argomentare con il cuore è la strada maestra per raggiungere i misteri più segreti della vita.
Il sapere individuale non sempre prepara all’amore.
Tuttavia da sempre l’amore è la strada obbligata per raggiungere la conoscenza.
In questa nostra epoca dove tutto s’è fatto buio e gli spazi lasciati alla nostra libertà sono sempre più ridotti, dove primeggiano la cultura dell’aggressività e del possesso.
La poesia religiosa e spirituale di Vincenzo Leotta diventa godimento degli occhi e dei sensi e da dignità alla vita e alla persona e c’invita a cercare oltre il nostro visibile e ci solleva dalle bassezze della terra e ci fa risalire verso il tempo che confluisce nell’eterno.
La danza del sole e del mare/ e dei mandorli che già sono in fiore, /non per sé ciascuno, ma tutti insieme/come stormo di rondini/che rigano il cielo in questo tramonto/di quasi primavera./Anche il vento accorda la voce/a te, per una lode.
Oggi siamo nel tempo delle false opinioni e delle vane filosofie fondate sulla permissività e sull’istintività per inseguire una felicità illusoria che sfocia spesso inevitabilmente nella confusione e nell’effimero e nell’angoscia e nel non senso del vivere.
Nel punto terminale di questo viaggio Leotta non esprime più le passioni e la disperazione ma esprime il desiderio dell’Assoluto in cerca di un riscatto e di un incontro finale di salvezza che dà valore al vivere, con uno stile poetico sobrio ma incisivo.
Temevo di averti perduto / e cercavo altrove ristoro. / Io non amo la croce che porto / da quando sono nato: / se Tu sei la gioia, perché… / Ho dubitato di Te / ma Tu hai mutato la croce / in dono di amore”.
Non è stato un cammino semplice ed indolore.
Sulla via della sofferenza si percepisce una luce interiore con versi densi e ricchi di significato tra passione e tormento…
Il poeta Vincenzo Leotta merita stima e attenzione per la sua preziosa testimonianza ricca di contenuti, in un tempo, che nel suo percorso finale fluisce verso la sorgente della luce…
Sarà pubblicato sul sito web “La Voce del Longano” tra qualche giorno…
Serena ha detto,
Ottobre 16, 2008 a 11:27 am
La ringrazio per la segnalazione, che leggo con ritardo, e per le belle parole che riserva al libro di mio padre.
Provvederò a fargli leggere questa recensione al più presto e sono certa che sarà molto contento della sua lettura attenta e partecipe.
Un sincero grazie anche da parte mia.
Serena
Pina Freni ha detto,
Marzo 12, 2009 a 10:28 am
IL ROVETO ARDENTE di Vincenzo Leotta
“Il roveto ardente”, una silloge di poesie di Vincenzo Leotta composte tra il 1998 e il 2003, esprime pienamente la coesione e l’unità di tutta la poetica dell’autore, centrata sul “finito” e sul “particolare” reso vivo e reale da una misteriosa luce che lo illumina, una luce che si accende e si spegne, concedendo solo sprazzi di quella “verità” a cui egli continuamente anela, la quale non si lascia mai del tutto catturare, costringendo il poeta a rimanere nella continua condizione di “inseguito-inseguitore”.
Un testo molto profondo, “ardente” di sofferta spiritualità e vivida religiosità,che ci coinvolge a livello individuale. La forte tensione tra l’umano e il divino che anima questi versi: Se sei in me perché/ avverto una infinita/ distanza da Te?, il prepotente bisogno dell’uomo di superare questa scissione, di ricongiungersi a quel Dio vicino-lontano: Io qui ferito, Tu lontano da me/ milioni di anni luce è una condizione che appartiene a ciascuno di noi.
Scrive, nella prefazione, Giovanni Raboni ”E’, insomma, la storia di cui il canzoniere di Leotta ci fa vivere gioie e tormenti, ascese e precipizi […] una vera storia d’amore -una storia che tutti possono capire, che tutti in cuor loro possono, almeno in parte condividere, ripercorrendone emotivamente questo o quel momento, questa o quella vicenda sul filo di qualche loro personale ricordo”. Con la differenza però che qui l’oggetto dell’amore è l’Altro, l’Assoluto, è quel Tu a cui il poeta grida: Parlami, Ti prego: mi scalderò/ al fuoco della Tua parola, o ancora: Darti di più non posso/, oggi di me rimane appena/ la nostalgia di Te, e non ha tregua.
Oltre ad inscriversi a pieno titolo nel panorama della poesia religiosa italiana del secondo Novecento, (Rebora, Turoldo, Batocchi, Testori, l’ultimo Cattafi) nel quale viene, sicuramente, ad occupare un posto tutto suo, l’opera ha un solido fondamento filosofico-teologico le cui matrici sono da ricercare sia nei mistici spagnoli del 500, San Giovani Della Croce e Santa Teresa D’Avila, sia in quei pensatori quali Pascal, KierKegaard, Heidegger, lo stesso Sant’Agostino che hanno posto al centro della loro riflessione l’esistenza umana indagata nella sua problematicità e drammaticità, nella sua finitudine. Con Pascal e con Kierkegaard, Leotta condivide la tesi, secondo cui non la ragione, ma il cuore, spazio privilegiato della fede, può aprire l’uomo all’incontro con Dio. Il poeta non svaluta, tuttavia, la ragione, categoria protagonista della prima sezione del testo: le ipotesi, le deduzioni (figure logiche) si inquadrano proprio nello sforzo della ragione di dimostrare l’esistenza di Dio; uno sforzo destinato a rimanere“tensione a”, ricerca di Dio che mai si placa.
Lungo il testo,strutturato in due parti complementari, dai titoli emblematici: Dell’attesa…,…e del riposo, le poesie si snodano come un colloquio continuo con Dio, un dialogo amoroso che, soprattutto nella prima parte, è inquietudine e tormento: Tra me e Te si lotta all’ultimo sangue…. ; Hai tolto la pace al mio piccolo orto. Non si coglie, tuttavia, mai disperazione o resa: Ignoro la tua lingua,/nella mia,umilmente, ti dico/grazie della fame di Te/che non si sazia. Nella seconda parte il tono si fa più pacato, il colloquio con Dio entra in una dimensione più intima, più confidenziale, ( si passa dal tu maiuscolo della prima sezione al tu minuscolo)
Perdonami se oso/amarti…,Potessi anch’io parlarti tacendo/da cuore a cuore.. e il poeta confessa quale felicità sarebbe per lui stringere Dio tra le sue braccia, come mia figlia quando era piccola. O, invertendo il rapporto: essere io/ il tuo bambino, stare/ tra le tue braccia, godermi/ i baci l’infanzia/ non avuta…
All’interno di un colloquio nel quale è spesso presente il senso di inadeguatezza, la paura implicita di un rifiuto, nonostante la dichiarazione di umiltà, il poeta trova, tuttavia, la forza di esclamare . E Tu che taci/ dinanzi al soffrire dei figli più cari , o ancora: Dopo tanti secoli di stermini/ e di guerre, dopo la Shoah degli ebrei,/mi domando se mai Ti sei/ pentito di averci creato liberi. Il riferimento a Theodor Adorno diventa esplicito, ma la soluzione è del tutto diversa in Leotta che scrive:Ho dubitato di Te/ ma Tu hai mutato la croce/ in dono d’amore.
Tutta la silloge è attraversata da una drammatica consapevolezza: l’impotenza della parola a definire Dio:Forse Ludwig aveva ragione […..] ma come tacere che sei/ un Dio che salva: questo mi basta / per parlare di te senza timore Pentito per avere osato tanto, per aver tentato di dare un nome a Colui che rimane un verbo senza nome, in una delle ultime poesie che chiudono il testo, il poeta si rivolge ancora a Dio chiedendo:Accetta il poema non scritto/ sulle tue meraviglie:chi può dire/qualcosa di Dio…Si spiega così perché, dopo tanto interrogarsi e interrogare l’approdo finale è il silenzio (Il silenzio rimane / assoluto padrone della mente) che non è rassegnazione o resa, bensì un ascolto più intimo, più profondo, come tra ‘altro confermano i versi della poesia “Ascolto” che fa parte della precedente raccolta, L’Utopia e il silenzio, riprova questa, della coerenza tematica del mondo poetico di Leotta:Ora che sono il Tuo silenzio [….] le parole si offrono all’ascolto/ miti e chiare di senso. Versi questi che ci fanno ripensare, ancora una volta, ad Heidegger per il quale solo i poeti, in quanto capaci di mettere più a rischio il loro linguaggio, fin quasi a smarrirlo, sono in grado, in questa condizione di povertà interiore, di ritrovare l’intimo rapporto che unisce l’Essere all’uomo.
Vincenzo Leotta: IL ROVETO ARDENTE
Viennepierre- edizioni Milano 2007
Pina Freni