Recensione di Mariuccia Coretti

Luglio 11, 2008 at 4:50 pm (Il roveto ardente, Recensioni)

Su Il banco di lettura 35/2008 è uscita una recensione di Mariuccia Coretti:

Già il titolo della raccolta offre al lettore una chiave di lettura, l’annuncio cioè di leggere tra le righe accenti di alta spiritualità. Infatti si tratta di poesia religiosa tout court, più tesa e serrata nella prima parte, più umana e terrestre nella seconda dove il pronome che si riferisce al divino è, contrariamente alla prima parte, scritto con la lettera maiuscola. Ma forse Dio è visto come la sua creatura, a volte, soltanto a volte. Il Roveto ardente: è un inno alla luce, al calore che diventa amore assoluto; Dio si nasconde nel cespuglio per alimentare con la sua fiamma l’amore per tutte le creature. E così la poesia di Leotta è  tutta un’espansione d’amore anche quando il poeta si sente solo o non comprende tanto silenzio o soffre di assoluta assenza. Ma non si tratta qui di incertezze: Dio è, non ci sono dubbi, ma in questo suo esistere si moltiplicano tanti perché, tanti motivi di mutue interrogazioni. Perché Dio a volte sembra nascondersi, non capire la voce del poeta che usa parole umane mentre dovrebbe sempre innalzarsi con la voce del cuore, mentre dovrebbe usare solo un altro linguaggio. Allora gli viene in soccorso la Croce: il sangue di Cristo lava ogni interrogativo e allora la creatura non si sente più abbandonata e il suo senso di colpa ha mille significazioni, ma soprattutto vuol dire che Dio esiste ed è pronto ad aiutare chi ha creato ma solo se ne ha bisogno. Da qui il libero arbitrio e la certezza di poter agire a proprio modo salvo poi ad essere aiutato quando l’invocazione arriva in alto.
La felicità del poeta allora non ha limiti e l’attesa significa soltanto desiderio di pace eterna, di giubilo nell’oltranza dell’amore.
La seconda parte ha i connotati della prima, soltanto gli accenti, come si diceva, sono più umani, il linguaggio è più vicino al lettore e la presenza di Dio è meno incombente, ma l’amore è lo stesso come desiderio di pace e di silenzio, di eternità anche se l’uomo non può comprenderla perché vive nel tempo.
Il poeta scrive senza porsi problemi di metrica o di parole di afflato lirico ma i versi invece fluiscono con la suggestione dell’incanto divino e sono sempre aderenti al dettato poetico. A volte gli elementi naturali compongono delle immagini veramente felici e tradiscono quindi l’intensità lirica del poeta. Allora le sue parole assomigliano al ‘credo’ di San Francesco che assieme all’uomo lodava Dio per tutte le sue creature e le cose del mondo: “La danza del sole e del mare / e dei mandorli che già sono in fiore, / non per sé ciascuno, ma tutti insieme / come stormo di rondini / che rigano il cielo in questo tramonto / di quasi primavera. / Anche il vento accorda la voce / a te, per una lode” (Corale).

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