A Terme Vigliatore presentazione di Antonino Celi
Il 30 dicembre a Terme Vigliatore, presso l’hotel “Il gabbiano” e su iniziativa del Movimento Rinascita, è stato presentato Il roveto ardente dal prof. Antonino Celi, il quale ha tenuto un’ampia e circostanziata relazione, di cui si forniscono alcuni estratti.
“E Tu che taci / dinanzi al soffrire dei figli più cari”. Questi versi, posti alla fine della poesia “Dies Natalis”, risuonano quasi come un rimprovero a Dio per il maltrattamento e le sevizie subiti da tanti innocenti. Ma chi non ha mai sentito generare la nausea nel proprio intimo? e rivolto a Dio non ha mai espresso con forza l’orrore? per la Shoah del popolo ebraico, per i genocidi dell’Africa, della ex Iugoslavia… “Dio dov’era!” detto d’impulso, forse con rabbia, ha liberato il cuore dalle emozioni profonde di rifiuto della cattiveria e dei soprusi. […]
Sofferta e travagliata la conquista dell’abbandono totale all’amore del Creatore, non è certamente compromessa da tutte le esclamazioni e le domande che, soprattutto nella prima parte, “Dell’attesa…”, il poeta rivolge a Dio, sollecitato dal carico della propria umanità e da tutti i limiti che la ragione non riesce a varcare. Il suo discorrere con Dio è sicuramente problematico, ma non è irriverente; e mai si mostra superbo o ribelle o dà adito a parole sconvenienti che possano compromettere la ricerca di un’intimità esclusiva col Creatore, pur nell’apertura di una assoluta disponibilità a condividere l’amore di Dio con altri che pure Lo cercano. […]
La bellezza dei versi del professore Leotta è proprio questa: in essi il lettore non vede solo il travaglio spirituale dell’autore, bensì se stesso con la carica emotiva suscitata dall’occasione di una lettura meditata che risveglia il proprio travaglio spirituale. […]
Molteplici sono le sfaccettature delle immagini relative alle poesie della prima sezione “Dell’attesa…”. Riflettendo bene, però, l’immagine più praticata e accettata con una rassegnazione mai domata, considerata in varie dimensioni, è la sofferenza dell’uomo che, postosi alla ricerca di Dio, è cercato da Dio e, in una sorta di gara dove non si capisce bene chi sia l’inseguito e chi l’inseguitore, il poeta scopre profonde ferite derivanti dall’amarezza del dover pensare a un Dio che è lontano milioni di anni-luce: “Io qui ferito, Tu lontano / milioni di anni-luce”. […]
Dopo i fugaci momenti di vicinanza a Dio, dopo che la ragione non ha saputo trovare vie alternative alla docilità dell’abbandono al Dio del mistero, il poeta mette da parte ogni indugio e si lascia inondare dalla luce del Creatore finalmente penetrata in lui per rischiarare i dubbi e le incertezze.
In “Decisione”: “Il cuore non ragiona, si fida, / si fida semplicemente e si abbandona / al torrente di luce che l’inonda”. […]
È un crescendo l’accostamento graduale a Dio; e in tutte le poesie della seconda parte del libro la relazione con Lui, ormai confidenziale, si nota anche nel linguaggio grafico: i pronomi e gli aggettivi riferiti a Dio sono scritti con la lettera iniziale minuscola, perché adesso che è stato superato il conflitto del credere o non credere il poeta, quasi senza avvertirlo, entra in piena confidenza col Creatore, pur nel rispetto assoluto dei ruoli di creatura e Creatore. Anche la stanza, divenuta in una notte tormentata dalla solitudine ostile e fredda, ora è luogo di gioia, perché Dio è definitivamente presente e vivente nell’anima dell’uomo che l’ha cercato senza sosta e finalmente l’ha trovato. Adesso non c’è più bisogno di alcun discorso per capirsi, per spiegarsi: il silenzio è dinamico e produttivo e genera un flusso d’amore che va da cuore a cuore, come negli innamorati. […]
Ho fin qui sunteggiato il contenuto di alcuni testi poetici della seconda sezione del libro “Il roveto ardente”; oltre, “il fiume di parole / che fiottano dal cuore” lasciano posto al silenzio “assoluto padrone della mente”.
Un’ultima cosa vorrei dire: il professore Vincenzo Leotta, nel comporre le poesie di questo bel libro, si è comportato come un pittore: ha saggiato le parole da utilizzare, le ha poste sulla tavolozza della nostra splendida lingua italiana, e ad esse ha attinto con mano sciolta e leggera, graduando i colori dal chiaro-scuro della prima parte “Dell’attesa…”, dove il volto misterioso di Dio fatica ad emergere, all’esplosione dei colori fantastici e stupendi della seconda parte del libro “…E del riposo”, dove, sia pure nel mistero, la presenza di Dio traspare viva e convincente, pur nel silenzio assoluto. Non rimane che fidarsi della Parola del Vangelo, l’unica fonte cui possiamo attingere per dissetarci del nostro misterioso Dio.
Antonino Celi

Leotta – Sottile – padre Catalfamo – Majorana – Celi