Recensione di Emanuele Schembari

luglio 12, 2010 at 10:29 am (Il roveto ardente, Recensioni)

Su Arenaria. Ragguagli di letteratura, vol. 2 (marzo 2009) è uscita una recensione di Emanuele Schembari, qui di seguito riportata:

“Il siciliano Vincenzo Leotta, amico e concittadino di Bartolo Cattafi, a cui ha dedicato più di una pubblicazione e di cui ha curato un’antologia, è al suo quarto volume di versi, nell’arco di trent’anni. Questa sua ultima silloge reca la prefazione di Giovanni Raboni, uno dei maggiori critici e poeti italiani, recentemente scomparso, il quale scrive: “Nel panorama della poesia religiosa degli ultimi cinquant’anni [...] questo libro di Vincenzo Leotta viene a occupare con assoluta naturalezza un posto di rilievo e, cosa ancora più importante, un posto tutto suo, uno spazio inconfondibile.
Un colloquio con l’essenza divina, quello di Leotta, alla presenza costante dell’amore per la vita, dove l’interlocutore unico è Dio, il cui nome è sempre presente, anche quando non è pronunciato né direttamente, né indirettamente. I richiami religiosi, che caratterizzano la sua poesia, attraversano il tessuto lirico dei testi, accompagnati da una sorta di ombra scura, che non si scioglie, ma tende ad addensarsi, quasi per voler mascherare il reale. È presente, in quasi tutte le composizioni, un’esperienza metafisica che le parole e l’ispirazione rivelano nella vita quotidiana, nel tempo e nel succedersi degli eventi. L’elemento religioso costituisce un dramma profondo, che si concretizza nella ricerca di una verità assoluta a cui abbandonarsi. Viene esaltata la trasfigurazione, alla ricerca di corde sempre più elevate, per rivestirle d’incanto. Il poeta, infatti, vola alto e non gli interessano i problemi contingenti.
In questo colloquio con l’essenza divina, come presenza costante della quasi totalità delle composizioni, c’è l’amore per la vita, non soltanto nel senso trascendente del termine. Così si ha un lirismo permeato di fede, in modo che i valori religiosi ed esistenziali siano autenticamente vissuti in sintagmi ricchi di valori semantici, alla ricerca del significato più autentico della vita. Sono versi proposti come soluzione alla frammentarietà dell’esistenza, in una serie di temperature emozionali, ma anche di posizioni assolute. Così la certezza dell’esistenza di Dio non presenta dubbi e si fa emblema di ogni bisogno di divinità, facendo prevalere la gioia di esistere e il desiderio di divorare i propri giorni.
Il tono è intimistico e il dilatarsi e il rarefarsi della situazione si risolve in una serie di sequenze e di dissolvenze. I versi sono semplici e usano un linguaggio quotidiano, in un discorso che scorre limpido e sincero, attraverso gli argini di una forma sempre chiara e gradevole. In questi versi, che si segnalano per completezza espressiva, la fede è protagonista come paradigma della vita stessa, in cui viene liberata verso l’alto l’espressione artistica. Tutto si svolge nella fantasmagoria di un’immaginazione tesa a scoprire il supporto dell’essere, con la realtà di una dimensione indefinibile. La riuscita del colloquio con Dio si rende possibile per un atto di umiltà personale, che eleva la dignità e l’accosta ad cospetto di una luce, tesa a espandere la visione e il concetto stesso della divinità”.

Emanuele Schembari

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